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Non è un’infermiera: il Collegio Ipasvi di La Spezia chiede una smentita
Pubblichiamo il comunicato stampa del Collegio Ipasvi di La Spezia che ribadisce che a compiere i maltrattamenti agli anziani di Beverino è stata una badante e non un’infermiera, come erroneamente riferito nella trasmissione “La vita in diretta”. Richiesta una smentita.
Legge 38, attesa l’approvazione delle linee guida
A venti mesi dall’approvazione della Legge 38 sulle “Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore”, i protagonisti della “guerra” contro la sofferenza inutile fanno il punto con un bilancio positivo. Con alcuni traguardi importanti: un incremento del 24,3% del consumo pro capite di oppiacei forti, nei primi 12 mesi, linee guida per l’applicazione della legge e apprezzamento da parte della Conferenza Stato-Regioni del documento sui requisiti minimi di accreditamento delle strutture. L’occasione è stata la presentazione del libro “Cronaca di una legge che ci difende dal dolore. La Legge 38/10, la più evoluta d’Europa” (collana “I libri del Sole 24 Ore Sanità”), svoltasi ieri a Milano, durante la quale Guido Fanelli, coordinatore della Commissione ministeriale terapia del dolore e cure palliative ha ribadito che «gli strumenti tecnico-burocratici per rendere operativa la legge sono stati ultimati» e che «il bilancio è sicuramente positivo». Gli sforzi sono orientati anche alla formazione grazie a un documento, come spiega l’esperto, «predisposto dal ministero della Salute in collaborazione con il Miur dedicato ai percorsi formativi per i medici e al vaglio del Consiglio superiore di sanità». La legge 38 ha avuto una portata storica per l’Italia, concordano gli esperti, perché ha promosso il dolore a «entità nosologica anche dal punto di vista civile» e parla di tutela, garanzia e dignità. «Affinché la legge abbia gambe per camminare» ha concluso Fanelli «bisogna far sì che quanto previsto sulla carta si concretizzi nella pratica clinica, ora la sfida si gioca su tre fronti: applicazione delle linee guida sul territorio, formazione degli operatori sanitari e appropriatezza prescrittiva». Sempre nella giornata di ieri, il tema del dolore ha avuto un respiro europeo, grazie alla presentazione ufficiale della Pain alliance Europe (Pae) all’interno del Parlamento europeo, un network di 18 organizzazioni non governative, il cui obiettivo è sollecitare interesse e creare consapevolezza sul problema del dolore cronico, sulla mancanza di trattamenti e sul riconoscimento del dolore quale condizione che incide fortemente sulla qualità della vita.
L’ILLUSTRE ESTINTO (Luigi Pirandello -tratto da la giara-)
Rubrica: letture con Valeria.
Messo a sedere sul letto, perché l’asma non lo soffocasse, abbandonato su i guanciali ammontati, l’on. Costanzo Ramberti guardava, attraverso le gonfie palpebre semichiuse, il raggio di sole che, entrando dalla finestra, gli si stendeva su le gambe e indorava la calugine di uno scialle grigio, di lana, a quadri neri.
Si sentiva morire; sapeva che per lui non c’era più rimedio, e se ne stava ormai tutto ristretto in sé, vietandosi anche d’allungare lo sguardo oltre le sponde del letto, nella camera, non già per raccogliersi nel pensiero della fine imminente, ma, al contrario, per timore che, allargando anche d’un po’ l’orizzonte al suo sguardo, la vista degli oggetti attorno lo richiamasse con qualche rimpianto alle relazioni che poteva avere ancora con la vita, e che la morte tra poco avrebbe spezzate.
Raccolto, rimpiccolito entro quel limite angustissimo, si sentiva più sicuro, più riparato, quasi protetto. E, tutt’intento ad avvistar le minime cose, gli esilissimi fili arricciolati e indorati dal sole della calugine di quello scialle, assaporava la lunghezza del tempo, di tutto il suo tempo, che poteva essere di ore; o forse di qualche altro giorno; di due o di tre giorni; fors’anche – al più – d’una settimana. Ma se un minuto, tra quelle minuzie là, passava così lento, così lento, eh! avrebbe avuto anche il tempo di stancarsi – sì, proprio di stancarsi – in una settimana. Non avrebbe avuto mai fine, così, una settimana!
La stanchezza però, che già egli avvertiva, non era a cagione di quell’eternarsi del tempo tra la peluria del suo scialle di lana: era effetto dello sforzo che faceva su se stesso per impedirsi di pensare.
Ma a che voleva pensare, ormai? Alla sua morte? Piuttosto… ecco: poteva darsi a immaginare tutto ciò che sarebbe avvenuto dopo. Sì: sarebbe stato un modo anche questo d’impedire che, almeno al suo pensiero smarrito, privo d’ogni conforto di religione, la vita diventasse d’un tratto – fra breve – come niente; un modo di rimanere di qua ancora, per poco, innanzi a gli occhi degli altri, se non più innanzi ai suoi proprii.
E – coraggiosamente – l’on. Costanzo Ramberti si vide morto, come gli altri lo avrebbero veduto; com’egli aveva veduto tanti altri: morto e duro, lì, su quel letto; coi piedi rattratti nelle scarpine di coppale; cereo in volto e gelido, le mani quasi sassificate; composto e… ma sì, elegante anche, nell’abito nero, tra tanti fiori sparsi lungo la persona e sul guanciale.
La marsina doveva esser di là, nel baule; insieme con l’uniforme nuova, lo spadino e la feluca di ministro.
Intanto, per far la prova, rattrasse i piedi e se li guatò. Sentì come una vellicazione al ventre; levò una mano e si lisciò sul capo i capelli; poi si strinse la barba rossiccia, spartita sul mento. Pensò che, morto, gli avrebbe pettinato quella barba e raffilato sul cranio quei pochi peli il suo segretario particolare, cav. Spigula-Nonnis, che da tanti giorni e tante notti lo assisteva, pover’uomo, con devoto affetto, senza lasciarlo solo neanche un momento, struggendosi, a piè del letto, di non potere in alcun modo alleviargli le sofferenze.
Ma pure lo ajutava quel cav. Spigula-Nonnis, senza saperlo; lo ajutava a morire con dignità, filosoficamente. Forse, se fosse stato solo, si sarebbe messo a smaniare, a piangere, a gridare con disperata rabbia; col cav. Spigula-Nonnis lì a piè del letto, che lo chiamava «Eccellenza», non fiatava nemmeno: guardava fisso, attento, quasi meravigliato, innanzi a sé, con le labbra sfiorate da un leggero sorriso.
Sì, la presenza di quell’uomo squallido, allampanato, miope, lo teneva per un filo, esilissimo ormai, su la scena, investito della sua parte, fino all’ultimo. L’esilità di questo filo gli esasperava internamente di punto in punto l’angoscia e il terrore, poich’egli non poteva non sentir vano, vano e disperato lo sforzo con cui tutta l’anima sua si aggrappava ad esso, simile in tutto a quello, cui tante volte aveva assistito con curiosità crudele, di qualche bestiolina agonizzante, d’un insetto caduto nell’acqua, appeso a un bioccolo, a un peluzzo natante.
Tutte quelle cose, con le quali aveva riempito il vuoto, in cui davanti a gli occhi gli vaneggiava ora la vita, erano impersonate nel cav. Spigula-Nonnis: la sua autorità, il suo prestigio, cose vane che gli venivano meno, che non avevano più pregio, ma che tuttavia sul vuoto che tra poco lo avrebbe inghiottito campeggiavano come larve di sogno, parvenze di vita, che per poco ancora, dopo la sua morte, egli poteva prevedere si sarebbero agitate attorno a lui, attorno al suo letto, attorno alla sua bara.
Quel cav. Spigula-Nonnis, dunque, lo avrebbe lavato, vestito e pettinato, amorosamente, ma pur con un certo ribrezzo. Ribrezzo provava anche lui, del resto, pensando che le sue carni, il suo corpo nudo sarebbe stato toccato dalle grosse mani ossute e visto da quell’uomo lì. Ma non aveva altri accanto: nessun parente, né prossimo, né lontano: moriva solo, com’era sempre vissuto; solo, in quell’amena villetta di Castel Gandolfo presa in affitto con la speranza che, dopo due o tre mesi di riposo, si sarebbe rimesso in salute. Aveva appena quarantacinque anni!
Ma s’era ucciso lui, bestialmente, con le sue mani; se l’era troncata lui l’esistenza, a furia di lavoro e di lotta testarda, accanita. E quando alla fine era riuscito a strappar la vittoria, aveva la morte dentro, la morte, la morte che gli s’era insinuata da un pezzo nel corpo, di soppiatto. Quand’era andato dal Re a prestare il giuramento; quando, con un’aria di afflitta rassegnazione, ma in cuore tutto ridente, aveva ricevuto le congratulazioni dei colleghi e degli amici, aveva la morte dentro e non lo sapeva. Due mesi addietro, di sera, essa gli aveva allungato all’improvviso una strizzatina al cuore e lo aveva lasciato boccheggiante, col capo riverso su la sua scrivania di ministro al palazzo dei lavori pubblici.
Tutti i giornali d’opposizione, che avevano tanto malignato su la sua nomina, qualificandola favoritismo sfacciato del presidente del Consiglio, ora, nel dare l’annunzio della sua morte immatura, avrebbero forse tenuto conto de’ suoi meriti, de’ suoi studii lunghi e pazienti, della sua passione costante, unica, assorbente, per la vita pubblica, dello zelo che aveva posto sempre nell’adempimento de’ suoi doveri di deputato prima, di ministro poi, per poco. Eh, sì! Si possono dare di queste consolazioni a uno che se n’è andato: e tanto più poi, in quanto che l’amicizia, la famosa protezione del presidente del Consiglio non erano arrivate fino al punto di concedergli quell’altra di morire almeno da ministro. Subito dopo quella sincope gli s’era lasciato intendere con bella maniera che sarebbe stato opportuno – oh, soltanto per riguardo alla sua salute, non per altro – lasciare il portafoglio.
Cosicché, neanche per i giornali amici del Ministero la sua morte sarebbe stata «un vero lutto nazionale». Ma sarebbe stato a ogni modo per tutti «un illustre estinto»: questo sì, senza dubbio. E tutti avrebbero rimpianto la sua «esistenza innanzi tempo spezzata», che «certamente altri nobili servigi avrebbe potuto rendere ancora alla patria», ecc., ecc.
Forse, data la vicinanza e dato il breve tempo trascorso dalla sua uscita dal Ministero, S.E. il presidente del Consiglio e i ministri già suoi colleghi e i sotto-segretarii di Stato e i molti deputati amici sarebbero venuti da Roma a vederlo morto, lì, in quella camera, che il sindaco del paese, per farsi onore, con l’ajuto del cav. Spigula-Nonnis, avrebbe trasformato in cappella ardente, con cassoni di lauro e altre piante e fiori e candelabri. Sarebbero entrati tutti a capo scoperto, col presidente del Consiglio in testa; lo avrebbero contemplato un pezzo, muti, costernati, pallidi, con quella curiosità trattenuta dall’orrore istintivo, che tante volte egli stesso aveva provato davanti ad altri morti. Momento solenne e commovente.
- «Povero Ramberti!»
E tutti si sarebbero quindi ritirati di là ad aspettare ch’egli fosse chiuso nella cassa già pronta.
Valdana, la sua città natale, Valdana che da quindici anni lo rieleggeva deputato, Valdana per cui aveva fatto tanto, avrebbe certamente voluto le sue spoglie mortali; e il sindaco di Valdana sarebbe accorso con due o tre consiglieri comunali per accompagnare la salma.
L’anima… eh, l’anima, partita da un pezzo, e chi sa dove arrivata…
- L’on. Costanzo Ramberti strizzò gli occhi. Volle ricordarsi d’una vecchia definizione dell’anima, che lo aveva molto soddisfatto, quand’era ancora studente di filosofia all’Università: «L’anima è quell’essenza che si rende in noi cosciente di se stessa e delle cose poste fuori di noi». Già! Così… Era la definizione d’un filosofo tedesco.
«Quell’essenza?» pensò adesso. «Che vuol dire? Quella certa cosa “che è”, innegabilmente, per la quale io, mentre sono vivo, differisco da me quando sarò morto. È chiaro! Ma questa essenza dentro di me è per se stessa o in quanto io sono? Due casi. Se è per sé, e soltanto dentro di me si rende cosciente di se stessa, fuori di me non avrà più coscienza? E che sarà dunque? Qualche cosa che io non sono, che essa medesima non è, finché mi rimane dentro. Andata fuori, sarà quel che sarà… seppure sarà! Perché c’è l’altro caso: che essa cioè sia in quanto io sono; sicché, dunque, non essendo più io…»
- Cavaliere, per favore, un sorso d’acqua…
Il cav. Spigula-Nonnis balzò in piedi quant’era lungo, riscotendosi dal torpore; gli porse l’acqua; gli chiese premuroso:
- Eccellenza, come si sente?
L’on. Costanzo Ramberti bevve due sorsi: poi, restituendo il bicchiere, sorrise pallidamente al suo segretario, richiuse gli occhi, sospirò:
- Così…
Dov’era arrivato? Doveva partire per Valdana. La salma… Sì, meglio tenersi alla salma soltanto. Ecco: la prendevano per la testa e per i piedi. Nella cassa era già deposto un lenzuolo zuppo d’acqua sublimata, nel quale la salma sarebbe stata avvolta. Poi lo stagnajo… Come si chiamava quello strumento rombante con una livida lingua di fuoco? Ecco la lastra di zinco da saldare su la cassa; ecco il coperchio da avvitare…
A questo punto, l’on. Costanzo Ramberti non vide più se stesso dentro la cassa: rimase fuori e vide la cassa, come gli altri la avrebbero veduta: una bella cassa di castagno, in forma d’urna, levigata, con borchie dorate. I funerali e il trasporto sarebbero stati certamente a spese dello Stato.
E la cassa, ecco, era sollevata: attraversava le camere, scendeva stentatamente le scale della villetta, attraversava il giardino, seguita da tutti i colleghi di nuovo a capo scoperto col presidente del Consiglio innanzi a tutti; era introdotta nel carro del Municipio tra la curiosità timorosa e rispettosa di tutta la popolazione accorsa allo spettacolo insolito.
Qui ancora l’on. Ramberti lasciò cacciar dentro del carro la cassa e rimase fuori a vedere il carro che, accompagnato da tanto popolo, scendeva lentamente, con solennità, dal borgo alla stazione ferroviaria. Un vagone di quelli con la scritta>Cavalli 8, Uomini 40, era bell’e pronto, con le assi inchiodate per chiudervi il feretro. L’on. Costanzo Ramberti rivide la propria cassa tratta fuori del carro e la seguì entro il vagone nudo e polveroso, che certamente a Roma sarebbe stato addobbato e parato con tutte le corone che il Re e il Consiglio dei ministri, il Municipio di Valdana e gli amici avrebbero inviato. Partenza!
E l’on. Costanzo Ramberti seguì il treno, col suo carro-feretro in coda, per tanta e tanta via, fino alla stazione di Valdana, gremita anch’essa di popolo. Ecco, a uno a uno, i suoi più fedeli e affezionati amici, consiglieri provinciali e comunali, alcuni un po’ goffi nell’insolito abito nero o col cappello a stajo. Il Robertelli… eh, sì!… lui sì… caro Robertelli… piangeva, si faceva largo…
- Dov’è? dov’è?
Dove poteva essere? Là, nella cassa, caro Robertelli. Eh, uno alla volta…
Ma l’on. Costanzo Ramberti vedeva quella scena, come se egli veramente non fosse dentro la cassa, che pur pesava, sì, sì, pesava e lo dimostravano chiaramente gli uscieri del Municipio in guanti bianchi e livrea, che stentavano a caricarsela sulle spalle.
Vedeva… uh, il Tonni, che ogni volta, poveretto, usciva di casa coi minuti contati dalla moglie ferocemente gelosa – eccolo lì, irrequieto, sbuffava, cavava fuori ogni momento l’orologio, maledicendo al ritardo di un’ora con cui il treno era arrivato, e a cui certo la moglie non avrebbe creduto. Eh, pazienza, caro Tonni, pazienza! Avrai dalla moglie una scenata; ma poi ti rappacificherai. Rimani vivo, tu. All’altro mondo, invece, non si rivà due volte. Vorresti per l’amico tuo, che pur ti fece tanti favori, un funerale spiccio spiccio? Lasciaglielo fare con pompa e solennità… Vedi? ecco il signor prefetto… Largo, largo! Uh, c’è anche il colonnello… Ma già! gli toccava anche l’accompagnamento militare. E c’è anche tutta la scolaresca, con le bandiere dei varii istituti; e quant’altre bandiere di sodalizii! Sì, perché egli veramente pur tutto inteso ai problemi più alti della politica, alle questioni più ardue dell’economia sociale, non aveva mai trascurato gl’interessi particolari del collegio, che di molti beneficii doveva essergli grato a lungo. E Valdana forse gli avrebbe dimostrato questa gratitudine con qualche ricordo marmoreo nella villa comunale o intitolando dal nome di lui qualche via o qualche piazza; e, intanto, con quelle esequie solenni… Rivide col pensiero la via principale della città tutta imbandierata a mezz’asta:
VIA COSTANZO RAMBERTl
E le finestre gremite di gente in attesa del carro tirato da otto cavalli bardati, coperto di corone; e tanti per via che si mostravano a dito quella del Re, bellissima fra tutte. Il cimitero era laggiù, dietro il colle, fosco e solitario. I cavalli andavano a passo lento, quasi per dargli il tempo di godere di quegli estremi onori che gli si rendevano e che gli prolungavano d’un breve tratto ancora la vita oltre la fine…
II.
Tutto questo l’on. Costanzo Ramberti immaginò alla vigilia della morte. Un po’ per colpa sua, un po’ per colpa d’altri, la realtà non corrispose interamente a quanto egli aveva immaginato.
Già morì di notte, non si sa se durante il sonno; certo senza farsi sentire dal cav. Spigula-Nonnis che, vinto dalla stanchezza, s’era profondamente addormentato sulla poltrona a piè del letto. Questo sarebbe stato poco male, in fondo, se il cav. Spigula-Nonnis, svegliandosi di soprassalto verso le quattro del mattino e trovandolo già freddo e duro, non fosse rimasto straordinariamente impressionato, prima da uno strano ronzio nella camera, poi dalla luna piena, che, nel declinare, pareva si fosse arrestata in cielo a mirare quel morto sul letto, attraverso i vetri della finestra rimasta per inavvertenza con gli scuri aperti. Il ronzio era d’un moscone, a cui egli col suo destarsi improvviso aveva rotto il sonno.
Quando, all’alba, accorse il sindaco Agostino Migneco, chiamato in fretta in furia dal cameriere, il cav. Spigula-Nonnis:
- C’era la luna… c’era la luna…
Non sapeva dir altro.
- La luna? che luna?
- Una luna!… una luna!…
- Va bene, c’era la luna… ma, caro signore, qua bisogna spedire un telegramma d’urgenza a S.E. il presidente della Camera; un altro a S.E. il presidente del Consiglio; un altro al sindaco di… di dov’era deputato Sua Eccellenza?
- Valdana… (Che luna!)
- Lasci stare la luna! Dunque al sindaco di Valdana, si dice: e tre, tutti d’urgenza: per dar l’infausto annunzio alla cittadinanza, mi spiego? a gli elettori… Avrà da fare quel sindaco! Si sbrighi, per carità! Bisognerà fare aprire l’ufficio telegrafico: si faccia accompagnare da una guardia, a nome mio. E poi subito qua! Bisognerà vestirlo al più presto. Vede? il cadavere è già irrigidito.
Per miracolo il cav. Spigula-Nonnis non mise in tutti quei telegrammi, che c’era la luna.
Davvero, per farsi onore, il sindaco Migneco avrebbe voluto metter su una camera ardente da far restare tutti a bocca aperta, col catafalco e ogni cosa. Ma… paesetti; non si trovava nulla; mancavano i bravi operai. Era corso in chiesa per qualche paramento. Tutti damaschi rossi a strisce d’oro. Fossero stati neri! Prese quattro candelabri dorati, roba del mille e uno… Fiori, sì, e piante: fiori per terra, fiori sul letto: tutta la camera piena.
La marsina intanto non si trovò nel baule, e il cav. Spigula-Nonnis fu costretto a correre a Roma, nel quartierino in via Ludovisi; ma non la trovò neanche là: era nel baule, era, giù in fondo. Se aveva proprio perduto la testa quel pover’uomo! Oh, affezionatissimo… Lagrime a fontana. Ma la marsina si dovette spaccare in due, di dietro (peccato, nuova nuova!) perché le braccia del cadavere non si movevano più. E, appena vestito, sissignori, si dovette rispogliare e poi rivestire daccapo, perché dal Municipio di Valdana (questo sì, come l’on. Costanzo Ramberti aveva immaginato) giunse un telegramma d’urgenza, nel quale si annunziava che la cittadinanza addoloratissima con voto unanime reclamava la salma del suo illustre rappresentante per onorarla con esequie solenni: monumento… anche un monumento! cose grandi, e sì, proprio una piazza, quella della Posta, ribattezzata col nome di lui – e un medico arrivò a Roma per praticare al cadavere alcune iniezioni di formalina, diceva; «sformalina» avrebbe detto invece il sindaco Migneco, col dovuto rispetto, perché, dopo quelle iniezioni… – oh, il volto cereo, l’eleganza con cui si era rappresentato da morto l’on. Costanzo Ramberti! Un faccione così gli fecero, senza più né naso, né guance, né collo, né nulla; una palla di sego, ecco. Tanto che si pensò di nascondergli il volto con un fazzoletto.
Molti più deputati amici, di quanto l’on. Costanzo Ramberti sapesse d’averne, accorsero la mattina seguente a Castel Gandolfo, insieme coi presidenti della Camera e del Consiglio e i ministri e i sotto-segretarii di Stato. Vennero anche alcuni senatori, tra i meno vecchi, e una frotta di giornalisti e anche due fotografi.
Era una splendida giornata.
A gente oppressa da tanti gravi problemi sociali, intristita da tante brighe quotidiane, doveva certo far l’effetto d’una festa quel tuffo nell’azzurro, la vista deliziosa della campagna rinverdita, dei Castelli romani solatii, del lago e dei boschi in quell’aria ancora un po’ frizzante, ma nella quale si presentiva già l’alito della primavera. Non lo dicevano; si mostravano anzi compunti, ed erano forse; ma per il segreto rammarico d’aver consumato e di consumare tuttavia in lotte vane e meschine l’esistenza così breve, così poco sicura, e che pur sentivano cara, lì, in quella fresca, ariosa apparizione incantevole.
Un certo conforto veniva loro dal pensiero che essi ne potevano godere ancora, pur fuggevolmente, mentre quel loro compagno, no.
E così confortati, in fatti, a poco a poco, durante il breve tragitto cominciarono a conversare lietamente, a ridere, grati a quei cinque o sei più sinceri, che per i primi avevano rotto l’aria di compunzione con qualche frizzo e ora seguitavano a far da buffoni.
Pure, di tratto in tratto, come se dagli usciolini delle vetture intercomunicanti si affacciasse la testa di Costanzo Ramberti, le conversazioni gaje e le risate cadevano; e avvertivano tutti quasi uno smarrimento, un disagio impiccioso, segnatamente coloro che non avevano proprio alcuna ragione di trovarsi lì, tranne quella di fare una gita in larga compagnia, notoriamente avversarii del Ramberti o denigratori di lui in segreto. Avvertivano costoro che la loro presenza violentava qualche cosa. Che cosa? l’aspettazione del morto, l’aspettazione d’uno che non poteva più protestare e cacciarli via, svergognandoli?
Ma era, sì o no, una visita funebre, quella?
Se era, via! un morto non si va a visitarlo così, chiacchierando allegramente e ridendo.
Tutti quei colleghi là, amici e non amici, ignoravano la rappresentazione che il povero Ramberti si era fatta, alla vigilia della morte, di quella loro visita, naturalmente secondo il carattere che essa avrebbe dovuto avere, di tristezza, di rimpianto, di commiserazione per lui. La ignoravano; e tuttavia, per il solo fatto che essa ora si effettuava, non potevano non avvertire di tratto in tratto, che era sconveniente il modo con cui si effettuava; e i non amici non potevano non avvertire che essi vi erano di più, e che commettevano una violenza.
Appena scesi alla stazione di Castel Gandolfo tutti però si ricomposero, riassunsero l’aria grave e compunta, si vestirono della solennità del momento luttuoso, dell’importanza che dava loro la folla rispettosa, accorsa per assistere all’arrivo.
Guidati dal sindaco Migneco e dai consiglieri comunali, affocati in volto, tutti in sudore, coi polsini che scappavan fuori dalle maniche e il giro delle cravatte dai colletti, ministri e deputati si recarono a piedi, in colonna, coi due presidenti in testa, fra due ali e un codazzo enorme di popolo, alla villa del Ramberti.
Quest’arrivo, questa entrata nel paese imbandierato a lutto, questo corteo, furono realmente di gran lunga superiori a quanto il Ramberti aveva immaginato. Se non che, proprio nel momento più solenne, allorché il presidente della Camera e quello del Consiglio con tutti i ministri e i sotto-segretarii e i deputati e la folla dei curiosi entrarono nella camera ardente, a capo scoperto, accadde una cosa che l’on. Ramberti non si sarebbe potuto mai immaginare: una cosa orribile, nel silenzio quasi sacro di quella scena: un improvviso borboglio lugubre, squacquerato, nel ventre del cadavere, che intronò e atterrì tutti gli astanti. Che era stato?
- Digestio post mortem, – sospirò, dignitosamente in latino, uno di essi, ch’era medico, appena poté rimettersi un po’ di fiato in corpo.
E tutti gli altri guatarono sconcertati il cadavere, che pareva si fosse coperto il volto col fazzoletto, per fare, senza vergogna, una tal cosa in faccia alle supreme autorità della nazione. E uscirono, gravemente accigliati, dalla camera ardente.
Quando, tre ore dopo, alla stazione di Roma, il cav. Spigula-Nonnis, vide con infinita tristezza allontanarsi tutti coloro che erano venuti a Castel Gandolfo, senza volgere nemmeno uno sguardo, un ultimo sguardo d’addio al carro, ove S.E. l’on. Ramberti era chiuso, ebbe l’impressione d’un tradimento. Era tutto finito così?
E restò, lui solo, nell’incerto, afflitto lume del giorno morente, sotto l’alto, immenso lucernario affumicato, a seguire con gli occhi le manovre del treno, che si scomponeva. Dopo molte evoluzioni su per le linee intricate, vide alla fine quel carro lasciato in capo a un binario, in fondo, accanto a un altro, su cui già era incollato un cartellino con la scritta Feretro.
Un vecchio facchino della stazione, mezzo sciancato e asmatico, venne col pentolino della colla ad attaccare anche sul carro dell’on. Ramberti lo stesso cartellino, e se ne andò. Il cav. Spigula-Nonnis si accostò per leggerlo con gli occhi miopi: lesse più su: «Cavalli 8, Uomini 40» e scrollò il capo e sospirò. Stette ancora un pezzo, un lungo pezzo a contemplare quei due carri-feretro lì accanto.
Due morti, due già andati, che dovevano ancora viaggiare!
E sarebbero rimasti lì, soli, quella notte, tra il frastuono dei treni in arrivo e in partenza, tra l’andar frettoloso dei viaggiatori notturni; lì stesi, immobili, nel bujo delle loro casse, fra il tramenio incessante d’una stazione ferroviaria. Addio! addio!
E anche lui, il cav. Spigula-Nonnis, se ne andò. Se ne andò angosciato. Per via però, comperati i giornali della sera, si riconfortò nel vedere le lunghe necrologie, che tutti recavano in prima pagina, col ritratto dell’illustre estinto in mezzo.
A casa, s’immerse nella lettura di esse, e si commosse molto al cenno, che uno di quei giornali faceva, delle cure, dell’amorosa assistenza, della devozione, di cui egli, il cav. Spigula-Nonnis, aveva circondato in quegli ultimi mesi l’on. Costanzo Ramberti.
Peccato che il Nonnis del suo cognome fosse stampato con un’«enne» sola!
Ma si capiva ch’era lui.
Rilesse quel cenno, a dir poco, una ventina di volte; e, ridisceso su la via, per recarsi a cenare alla solita pensione, volle prima di tutto comperare in un’edicola altre dieci copie di quel giornale, per mandarle a Novara, il giorno appresso, ai parenti, a gli amici, con l’«enne» aggiunta, s’intende, e il passo segnato con un tratto di lapis turchino.
Grandi elogi, grandi elogi facevano tutti dell’on. Costanzo Ramberti: il compianto era unanime, e debitamente erano messi in rilievo i meriti, lo zelo, l’onestà. Tutto, come l’on. Costanzo Ramberti s’era figurato. C’era «l’esistenza innanzi tempo spezzata» e c’erano «i grandi servigi che certamente egli avrebbe potuto rendere ancora alla patria». E i telegrammi di Valdana parlavano della profonda costernazione della cittadinanza al ferale annunzio, delle straordinarie, indimenticabili onoranze che la città natale avrebbe fatto al suo Grande Figlio, e annunziavano che già il sindaco, una rappresentanza del Consiglio comunale e altri egregi cittadini, devoti amici dell’illustre estinto, erano partiti alla volta di Roma per scortare il cadavere.
Rincasando verso la mezzanotte, nel silenzio delle vie deserte, vegliate lugubremente dai lampioni, il cav. Spigula-Nonnis ripensò ai due carri-feretro là in capo a un binario della stazione, in attesa. Se quei due morti avessero potuto farsi compagnia, conversando tra loro, per ingannare il tempo! Sorrise mestamente, a questo pensiero, il cav. Spigula-Nonnis. Chi sa chi era quell’altro, e dove sarebbe andato a finire… Stava lì, quella notte, senza alcun sospetto dell’onore che gli toccava, d’avere accanto uno che riempiva di sé, in quel momento, tutti i giornali d’Italia, e che il giorno appresso avrebbe avuto accoglienze trionfali da tutta una città che lo piangeva.
Poteva mai passare per il capo ai cav. Spigula-Nonnis, che il carro-feretro dell’on. Costanzo Ramberti, verso le due, da alcuni ferrovieri cascanti a pezzi dal sonno dovesse essere agganciato al treno che partiva in quell’ora per l’Abruzzo, e che l’illustre estinto dovesse così essere sottratto alle accoglienze trionfali, alle onoranze solenni della sua città natale?
Ma l’on. Costanzo Ramberti, uomo politico, già salito al potere, addentro perciò «nelle segrete cose», l’on. Costanzo Ramberti che conosceva tutte le magagne del servizio ferroviario, avrebbe potuto prevedere facilmente un simile tradimento. Dati due carri-feretro in attesa in una stazione di tanto traffico, niente di più facile e di più ovvio, che uno fosse spedito al destino dell’altro, e viceversa.
Chiuso, inchiodato lì nel suo carro, ora, egli non poté protestare contro quello scambio indegno, allo strappo che sei facchini bestiali facevano in quel momento di tutte le gramaglie, di cui la sua Valdana si parava quella notte, per accoglierlo solennemente il giorno appresso. E in coda a quel treno che partiva per l’Abruzzo, quasi vuoto, e che, coi freni logori, finiva di sconquassare le povere, vecchie, sporche vetture di cui era composto, gli toccò a viaggiare per tutto il resto della notte, via lentamente, via lugubremente, verso la destinazione di quell’altro morto, ch’era un giovine seminarista di Avezzano, per nome Feliciangiolo Scanalino.
Naturalmente, il carro feretro di questo, la mattina dopo, fu adornato con magnificenza, sotto la vigilanza dello stesso capo della casa di pompe funebri, che si era assunto l’incarico del funerale a spese dello Stato. Paramenti ricchissimi di velluto con frange d’argento, a padiglione, e veli e nastri e palme! Sul feretro, coperto da una splendida coltre, la sola corona del Re; ai due lati, quelle dei presidenti della Camera e del Consiglio dei ministri. Circa una settantina di altre corone furono allogate nel carro appresso.
E alle otto e mezzo precise innanzi a gli occhi ammirati d’una vera folla d’amici dell’on Costanzo Ramberti, Feliciangiolo Scanalino partì verso le onoranze solenni di Valdana.
Quando, verso le tre del pomeriggio, il treno arrivò alla stazione di Valdana, rigurgitante di popolo commosso, il sindaco, che aveva accompagnato la salma con la rappresentanza comunale, fu chiamato misteriosamente in disparte, nella sala del telegrafo, dal capo-stazione, che tremava tutto, pallidissimo. Era arrivato dalla stazione di Roma un telegramma, che avvertiva in gran segreto dello scambio dei vagoni mortuarii. La salma dell’on. Ramberti si trovava alla stazione d’Avezzano.
Il sindaco di Valdana restò come basito.
E come si faceva adesso con tutto il popolo lì in attesa? con la città parata?
- Commendatore, – suggerì sottovoce il capostazione, ponendosi una mano sul petto, – lo so io solo e il telegrafista, qua; anche a Roma e ad Avezzano, il capo-stazione e il telegrafista. Commendatore, è interesse nostro, dell’Amministrazione ferroviaria, tener segreta la cosa. Si affidi!
Che altro si poteva fare in un frangente come quello? E l’innocente seminarista Feliciangiolo Scanalino ebbe le accoglienze trionfali della città di Valdana, nel carro funebre che pareva una montagna di fiori, tirato da otto cavalli; ebbe la corona del Re; ebbe l’elogio funebre del sindaco, ebbe l’accompagnamento di tutto un popolo fino al cimitero.
L’on. Costanzo Ramberti viaggiava frattanto, da Avezzano, nel carro nudo e polveroso Cavalli 8, Uomini 40, senza un fiore, senza un nastro: povera spoglia rimandata via, sballottata fuori di strada, per luoghi così lontani dal suo destino.
Arrivò di notte alla stazione di Valdana. Il solo sindaco e quattro fidati beccamorti erano ad aspettarla alla stazione, e zitti zitti, col passo dei ladri che sottraggono alla vista dei doganieri un contrabbando, su e giù per viottoli di campagna stenebrati a malapena da un lanternino, se la portarono al camposanto e la seppellirono, traendo un gran sospiro di sollievo.
Antropologia dell’homo dignus Di Stefano Rodotà
Lezione tenuta nell’Aula Magna dell’Università di Macerata il 6 ottobre 2010 in occasione del
conferimento della Laurea honoris causa.
Voglio anzitutto chiarire il significato che attribuisco al termine “antropologia” nella dimensione
giuridica qui considerata. Non mi riferisco tanto all’antropologia giuridica come “conoscenza del
diritto”,1 quanto piuttosto al fatto che il diritto costruisce figure sociali, dunque una vera e propria
antropologia.
Il diritto ha sempre contribuito alla creazione di antropologie e, quando lo ha fatto, ha conferito loro
persistenze che andavano al di là della vicenda di origine. Ogni grande operazione giuridica, prima
ancora che questo ruolo fosse reso del tutto manifesto dalle carte costituzionali, ha disegnato un suo
modello di persona, che non era mai la semplice registrazione di una natura “umana”, ma un gioco
sapiente di pieni e di vuoti, di selezione di ciò che poteva trovare accoglienza nello spazio del diritto
e quel che doveva restarne fuori, di ciò che poteva entrare in quello spazio con i suoi connotati
“naturali” e quello che esigeva una metamorfosi resa possibile proprio dall’artificio giuridico.
Riflettendo in generale sul ruolo del diritto, si è sottolineato che «faire de chacun de nous un ‘homo
juridicus’ c’est la manière occidentale de lier les dimensions biologique et symbolique costitutives
de l’etre humain». 2
Consideriamo, per cominciare, il titolo di uno dei grandi documenti fondativi della modernità: la
Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789. Questa Dichiarazione dà la massima
evidenza alla controversia tra chi ha sostenuto, e sostiene, che i diritti del cittadino altro non siano
che i diritti naturali formalmente riconosciuti e chi, invece, in essi vede «una trasmutazione di una
umanità indistinta in una cittadinanza situata».3 Locke o Rousseau, semplificando. Ma andiamo
oltre, continuando a semplificare. Davanti a noi sono due figure, l’uomo e il cittadino: per la prima
può parlarsi di una “qualità”; per l’altra, di uno “statuto”. Ora, quale che sia la portata che si vuole
attribuire a questi due termini, è indubbio che siamo di fonte ad una “civilizzazione” o
secolarizzazione o laicizzazione di diritti ritenuti naturali grazie all’intervento di quello strumento
squisitamente artificiale che è appunto il diritto.
Non è una novità. Pensiamo, ad esempio, alla Magna Charta e al suo habeas corpus, all’antica
promessa che, nel 1215, il re fa ad ogni “uomo libero”: «non metteremo né faremo mettere la mano
su di lui, se non in virtù di un giudizio legale dei suoi pari e secondo la legge del paese». Siamo di
fronte all’abbandono di una prerogativa regia, all’autolimitazione di un potere che, proprio per i
caratteri dell’impegno assunto, nella fase precedente era stato con tutta evidenza esercitato in
maniera sostanzialmente arbitraria, peraltro in conformità con la sua natura. Quell’atto, se così si
può dire, laicizza il potere del re. Quel che ne risulta, infatti, non riposa più sulla sovranità/sacralità,
ma si cala nel mondo, si presenta come l’esito di una negoziazione complessa, manifesta l’avvio di
un intrecciarsi di fattori che, in tempi assai successivi, porterà a quella “autolimitazione” dello Stato
sovrano come atto di fondazione dei diritti pubblici subiettivi.
Lungo, dunque, è il percorso che ci conduce alla Dichiarazione del 1989 e al suo estrarre dalla
naturalità dell’uomo una figura sommamente artificiale qual è il cittadino, affidando alla legge, e
solo alla legge, la definizione del suo perimetro. Per ciò è legittimo parlare di una nuova
antropologia.
Avviciniamoci ai tempi nostri, e leggiamo quel che scriveva, nel 1954, Luigi Mengoni. «Il modello
antropologico dell’individualismo proprietario è stato corretto dal diritto del lavoro, che comincia a
2
svilupparsi verso la metà del XIX secolo, o verso la sua fine, nei paesi, come l’Italia, a ritardata
crescita capitalistica. In quanto presuppone l’uomo che lavora, e non semplicemente un proprietario
di forza-lavoro che la offre sul mercato, il diritto del lavoro instaura l’antropologia definitiva del
diritto moderno, fissata nell’articolo 1 della Costituzione del 1947, che proclama essere il nostro
ordinamento “fondato sul lavoro”».4 Viene così descritto l’esito di un processo storico, irriducibile
alla forzatura ideologica di cui quell’articolo sarebbe testimone, e che segna un distacco netto
dall’antropologia legata appunto a quel’individualismo proprietario che aveva accompagnato per
tutto l’Ottocento e buona parte del Novecento il diritto civile, da intendere, però, non come un
semplice settore della disciplina giuridica, ma come la fondazione costituzionale dei rapporti
privati. Non a caso Jean Carbonnier ha parlato del Code civil come della «costituzione civile dei
francesi», mettendo in evidenza un aspetto già colto nitidamente da Gioele Solari fin dal 1911,
sottolineando che «la Codificazione risponde nel campo del diritto privato a quello che furono le
Dichiarazioni di diritti e le Costituzioni nel campo del diritto pubblico».5
Se, a questo punto, si torna al clima e all’assetto istituzionale del tempo che seguì la Dichiarazione
dei diritti dell’uomo e del cittadino, possiamo cogliere l’incidenza del Code civil, che modifica
profondamente l’antropologia emersa dalla rivoluzione. Esponendo i motivi della codificazione, il
maggiore tra i suoi artefici, Jean-Etienne-Marie Portalis, scrive: «al cittadino appartiene la
proprietà, al sovrano l’impero». Ecco indicati, con ammirevole semplicità, il senso e la portata
dell’operazione politica realizzata attraverso il Code, individualista e patrimonialista. La proprietà
dà il tono al codice. Lo aveva già detto con assoluta chiarezza Cambacérès, scrivendo che «la
legislazione civile regola i rapporti individuali e attribuisce a ciascuno i suoi diritti in relazione alla
proprietà». Lo sapeva bene Napoleone che, nel suo proclama del 18 brumaio, si presentava appunto
come il difensore di “libertà, eguaglianza e proprietà”, reinterpretando, attraverso la cancellazione
della fraternità, la triade rivoluzionaria. Portando a compimento questo disegno, il Code Napoléon
definisce non solo lo statuto della borghesia vittoriosa, ma l’intera trama delle relazioni tra i
cittadini, diviene il piano dei rapporti sociali.
Le conseguenze di questo radicale mutamento sono evidenti. «Ecco in mano mia il Codice civile.
Non è per nulla il prodotto della società borghese. È piuttosto la società borghese, nata nel XVII
secolo e sviluppatasi nel XIX, che semplicemente trova nel Codice una forma giuridica»: così Karl
Marx nel 1849. E Antonio Labriola incalza: «Il novello stato, che ebbe bisogno del 18 brumaio per
diventare una ordinata burocrazia poggiata sul militarismo vittorioso, questo stato che completava
la rivoluzione nell’atto che la negava, non potea fare a meno del suo testo, e l’ebbe nel Codice
civile, che è il libro d’oro della società che produca e venda merci».
La rilevanza attribuita alla proprietà, diritto esclusivo , non oscura soltanto la fraternità: reinterpreta
anche gli altri due riferimenti della triade rivoluzionaria attraverso la saldatura tra libertà e proprietà
e il conseguente, inevitabile, mutamento di senso dell’eguaglianza. Una volta intesa la proprietà
come fondamento della libertà stessa, secondo la classica lettura del liberalismo, è evidente che essa
diviene pure la condizione dell’eguaglianza, dal momento che solo l’eguaglianza nel possesso si
presenta come il fattore decisivo per il superamento delle disparità. L’individualismo proprietario
connota non solo l’assetto economico, ma istituisce una diversa antropologia, quella del borghese
moderno, che implica quasi una costituzionalizzazione della diseguaglianza.
Tra l’originaria costituzione, la Dichiarazione dei diritti e il Code civil si manifesta precocemente
quella che oggi chiameremmo una asimmetria. Il proprietario tende a cancellare il cittadino, o
meglio a concentrare la cittadinanza in capo al proprietario, con una vicenda che avrà la sua più
evidente manifestazione nella cittadinanza censitaria. Davvero si confrontano due antropologie,
potremmo quasi dire due diverse persone, anche se questo conflitto viene neutralizzato grazie
all’invenzione del soggetto astratto, vero connotato della modernità, e alla conseguente creazione di
altri strumenti giuridici che consentono di fare astrazione dalla concretezza dei rapporti economici,
come il negozio giuridico.
Non dobbiamo, tuttavia, dimenticare che l’astrazione del soggetto era indispensabile per uscire dalla
società degli status e aprire così la via al riconoscimento dell’eguaglianza. L’invenzione del
soggetto di diritto, l’istituzione dell’uomo come soggetto non solo nel mondo giuridico, rimangono
fra i grandi esiti della modernità, di cui vanno compresi i caratteri e la funzione storica. Quel che va
respinto è un uso politico che ha via via sterilizzato la forza storica e teorica di quell’invenzione,
riducendo il soggetto ad uno scheletro che isolava l’individuo, lo separava da ogni contesto, faceva
astrazione dalle condizioni materiali. Per ciò era indispensabile intraprendere un diverso cammino.
Da qui la necessità di riprendere il filo spezzato dell’eguaglianza, sottraendola non ai benefici di
una forma che continua ad essere strumento contro l’istituzionalizzazione delle discriminazioni, ma
ad una indifferenza per la realtà dell’essere, disegnando così nuove gerarchie e nuovi abbandoni
fondati sulla forza politica e la prepotenza del mercato. Da qui la necessità di costruire un contesto
in cui libertà ed eguaglianza potessero riprendere a dialogare dopo le grandi tragedie del Novecento.
Da qui la necessità di fondamenti capaci di dare all’eguaglianza la pienezza richiesta pure dal
mutare dei tempi. Da qui la necessità di passare dal soggetto alla persona, 6 intendendo quest’ultima
come la categoria che meglio permette di dare evidenza alla vita individuale e alla sua immersione
nelle relazioni sociali. Da qui, in definitiva, una nuova antropologia, espressa attraverso la
costituzionalizzazione della persona.
Con questi dilemmi, e con altri che emergono dalla complessità teorica del tema e dall’asprezza di
una storia fitta di ammonimenti, si misurano i costituenti italiani, e con essi tutti gli altri costituenti
del tempo, quelli che mettono mano alla costituzione tedesca e l’Assemblea generale delle Nazioni
Unite. Ma non siamo di fronte ad una semplice ripresa delle antiche tematiche, quasi che si dovesse
chiudere la lunga e tragica parentesi delle dittature e della guerra, con una sorta di heri dicebamus
che rimetteva al centro dell’attenzione solo la coppia forte della Dichiarazione dei diritti dell’‘89 e
delle dichiarazioni dei diritti degli Stati americani: il nascere di tutti come “liberi e uguali”. Questa
attenzione esclusiva per libertà ed eguaglianza è tornata nei tempi recenti per ricostituire il legame
spezzato dal prevalere dell’individualismo proprietario e restituire pienezza alla figura del cittadino,
coniando per ciò addirittura un termine nuovo: égaliberté.7 Tuttavia, pur toccando un punto
rilevante del problema, impostazioni come questa non colgono le novità contenute nel
costituzionalismo dell’ultimo dopoguerra.
L’innovazione più significativa è affidata al principio di dignità.8 La Costituzione italiana,
approvata il 22 dicembre 1947, fa esplicito riferimento ad esso negli articoli 3, 36 e 41, e lo
richiama in particolare nell’articolo 32. Un anno dopo, il 10 dicembre 1948, l’Assemblea generale
delle Nazioni Unite approva la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, il cui articolo 1
integra in modo significativo l’antica formula settecentesca della Dichiarazione francese («gli
uomini nascono e rimangono liberi e eguali nei diritti») affermando che «tutti gli esseri umani
nascono liberi ed eguali in dignità e diritti». E l’8 maggio 1949 la Legge fondamentale tedesca si
apre con le parole «La dignità umana è intangibile. È dovere di ogni potere statale rispettarla e
proteggerla». Una svolta è così compiuta, la dignità si presenta come un ineludibile denominatore
comune, disegna, insieme, un nuovo statuto della persona e un nuovo quadro dei doveri
costituzionali.
Sul terreno dei principi questo è il vero lascito del costituzionalismo del dopoguerra. Se la
“rivoluzione dell’eguaglianza” era stato il connotato della modernità, la “rivoluzione della dignità”
segna un tempo nuovo, è figlia del Novecento tragico, apre l’era del rapporto tra persona, scienza,
tecnologia. E la rilevanza costituzionale della dignità ci dà una ulteriore indicazione. Descrivendo il
tragitto che ha portato all’emersione dell’eguaglianza come principio costituzionale, si è parlato di
4
un passaggio dall’homo hierarchicus a quello aequalis. Ora quel tragitto si è allungato, ci ha portato
all’homo dignus, e la rilevanza assunta dalla dignità induce a proporne una lettura che la vede come
sintesi di libertà ed eguaglianza, rafforzate nel loro essere fondamento della democrazia.
Il cammino costituzionale della dignità è continuato fino all’approdo alla Carta dei diritti
fondamentali dell’Unione europea del 2000, che si apre proprio all’insegna della dignità,
riproducendo quasi alla lettera il primo articolo della Costituzione tedesca. Perché questa scelta,
perché si è voluto che proprio la dignità fosse il segno forte della prima dichiarazione dei diritti del
nuovo millennio?
Torniamo agli anni che seguirono quelli drammatici della seconda guerra mondiale. In un tempo
davvero costituente, due costituzioni, quella italiana del 1948 e quella tedesca del 1949, non si
rifanno immediatamente al modello fondato sul codice della libertà e dell’eguaglianza, che aveva
accompagnato il costituzionalismo moderno fino a Weimar e che era stato riconfermato dalla
costituzione francese del 1946. Dignità e lavoro sono i due nuovi punti d’avvio, che non segnano un
congedo dai fondamenti della libertà e dell’eguaglianza, ma ne rinnovano e rafforzano il senso,
collocandoli in un contesto nel quale assume rilevanza primaria la condizione reale della persona,
per ciò che la caratterizza nel profondo (la dignità) e per quel che la colloca nella dimensione delle
relazioni sociali (il lavoro). Il soggetto astratto s’incarna nella persona concreta. Qui si manifesta
una nuova antropologia, che troverà poi molteplici espressioni soprattutto nella nuova temperie
culturale e istituzionale segnata dalla tecnoscienza.
All’origine della scelta dei costituenti tedeschi era, evidentissima, la volontà di reagire alla
distruzione dell’umano e alla “morte di Dio” in un luogo simbolo di quella distruzione, Auschwitz,
che avevano accompagnato l’esperienza nazista e avevano portato alla “perversione” dell’intero
ordine giuridico. Si avvertiva il bisogno di una fondazione più solida. Da qui il
“criptogiusnaturalismo” della costituzione tedesca, la consapevolezza «della propria responsabilità
davanti a Dio e agli uomini» dichiarata dal popolo tedesco nel Preambolo di quel testo.
Ma nel momento in cui, nel 2000, si discuteva intorno alle parole e ai principi ai quali, aprendo la
Carta dei diritti fondamentali, doveva essere consegnata la prima immagine costituzionale
dell’Europa, la decisione di affidarsi prima d’ogni altra alla parola “dignità” non voleva esprimere
soltanto la rinnovata consapevolezza di rischi mai del tutto tramontati, la necessità di custodire una
memoria dalla quale la coscienza europea non potrà mai separarsi. L’esperienza di molti decenni
portava oltre il bisogno di un dato di natura al quale aggrapparsi. Si era ormai di fronte ad una
costruzione consapevole, storicamente collocata, che rendeva possibile non avere come orizzonte
predominante la logica sostanzialmente “reattiva”, “oppositiva”, posta all’origine della costituzione
tedesca. La dignità si presenta ormai come uno strumento che, pur essendo ancora oggetto di
diffidenze e critiche, può essere valutato sulla base del modo in cui è stato concretamente
adoperato, e che gli ha consentito una accettazione anche in ambienti culturali che, come quello
francese, gli erano stati storicamente ostili. Si era determinata, in sostanza, una dinamica che
sembra inverare quanto è scritto in apertura del Preambolo della Dichiarazione dell’ONU,
riconducendo a verificabili dati di realtà l’enfasi che, altrimenti, la caratterizza: «il riconoscimento
della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali e inalienabili,
costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo». Proprio uno sguardo
realistico, tuttavia, obbligava al tempo stesso a rendersi conto che la dignità conosceva nuove sfide,
continuava ad essere violata anche in forme inedite, rendendo così indispensabile non solo una sua
riaffermazione d’ordine generale, ma la sua considerazione come un vincolo per la politica e le
istituzioni: dal rispetto alla tutela, dal monito proveniente dal passato all’indicazione per il futuro,
dalla statica alla dinamica. Una dignità non più soltanto oppositiva, ma fondativa. Lo aveva ben
intuito Carlo Esposito, quando aveva sottolineato che il regime democratico previsto dalla
Costituzione repubblicana «non afferma solo il principio della pari dignità di ogni cittadino, ma
5
della sovrana dignità di tutti i cittadini».9 Sovrana, dunque, la dignità: come appunto “virtù
sovrana” apparirà più tardi l’eguaglianza a Ronald Dworkin.10
È in questo clima che si compie la scelta che porterà all’articolo 1 della Carta dei diritti
fondamentali: la persona inseparabile dalla sua dignità. Questa conclusione richiama una storia
lunga, davvero l’invenzione di un’altra umanità attraverso la dignità dei cristiani e quella dell’uomo
moderno, rinascimentale, con una scoperta che fece esclamare «magnum miraculum est homo». 11
Ma il modo in cui il tema della dignità è stato riproposto nel tempo che viviamo si è sempre più
identificato non tanto con una essenza o una natura dell’uomo, quanto piuttosto con le modalità
della sua libertà ed eguaglianza. Non è certo un caso che il principio di dignità sia giunto alla ribalta
del costituzionalismo nel momento in cui è apparso ineludibile il rifiuto della imposizione esterna,
della costrizione in ogni sua forma, del rispetto profondo dell’umano.
«Per vivere – ci ha ricordato Primo Levi – occorre un’identità, ossia una dignità». Solo da qui, dalla
radice dell’umanità, può riprendere il cammino dei diritti. Proprio questa consapevolezza è alla base
di un’altra scelta rinvenibile nella Carta dei diritti fondamentali dove, nel Preambolo, si afferma che
l’Unione europea «pone la persona al centro della sua azione».
Una ricostruzione complessiva del sistema costituzionale italiano consente di giungere a
conclusioni analoghe, nella sostanza anticipatrici, e persino più nette per quanto riguarda la
centralità della persona. Se questa consapevolezza ha tardato a manifestarsi, ciò è dovuto ad un
insieme di fattori culturali e politici che qui non possono essere analizzati. Il punto significativo, ad
ogni modo, è rappresentato proprio dal fatto che la rilevanza attribuita alla persona, anzi la sua vera
e propria costituzionalizzazione, trovano un fondamento essenziale nel rapporto istituito con il
principio di dignità, evidentissimo nella trama costituzionale, e che impone oggi anche una lettura
dell’articolo 3 che vada oltre la dialettica tra eguaglianza formale e sostanziale, oltre la lettura che
nei due commi di quell’articolo ritrovava «due modelli contrapposti di struttura socio-economica e
socio-istituzionale»,12 «l’uno per rifiutarlo, l’altro per instaurarlo».13
Questa tensione introdotta nel sistema politico-istituzionale permane. E tuttavia non si esaurisce qui
la portata dell’articolo 3. Lo dice il suo stesso incipit: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale».
Proprio qui, nella rilevanza attribuita alla dignità prima ancora dell’elencazione tradizionale delle
cause di non discriminazione e nella sua qualificazione come “sociale”,14 cogliamo non solo una
novità, ma il tramite verso la più marcata presa di posizione contenuta nel secondo comma, con
l’esplicita sua indicazione di un obbligo istituzionale di ininterrotta opera di trasformazione. Non
possiamo più dire, dunque, che si tratta di una norma a due facce, l’una volta verso la conservazione
dell’eredità, l’eguaglianza formale; l’altra rivolta alla costruzione del futuro, l’eguaglianza
sostanziale. La sottolineatura della dignità sociale ci porta oltre questo schema, dà evidenza a un
sistema di relazioni, al contesto in cui si trovano i soggetti dell’eguaglianza, poi esplicitamente
considerato dalla seconda parte della norma. Questa lettura unitaria dell’articolo non ne depotenzia
la forza “eversiva”, ma dice che la stessa ricostruzione dell’eguaglianza formale non può essere
condotta nell’indifferenza per la materialità della vita delle persone, per la loro intatta dignità, per i
legami sociali che le accompagnano.
Proviamo a saggiare, a questo punto, i molteplici intrecci rivelati dai rapporti che vengono istituiti
tra libertà, eguaglianza, dignità. Nell’articolo 3, ricostruito nel suo carattere unitario grazie al
riferimento alla dignità, compare l’esplicita associazione tra libertà ed eguaglianza, due principi che
una tradizione critica e molte tragiche esperienze del Novecento avevano visto in termini di
6
opposizione, se non di radicale esclusione. Più avanti, nell’articolo 36, l’«esistenza libera e
dignitosa» del lavoratore e della sua famiglia descrive la condizione umana e la lega alla creazione
di una situazione di libertà e dignità. E quando l’articolo 41 esclude che l’iniziativa economica
privata possa svolgersi in contrasto con sicurezza, libertà e dignità umana, di nuovo questi due
principi appaiono inscindibili. Possiamo concludere che l’ineliminabile associazione con la libertà è
la via che immunizza dagli eccessi dell’eguaglianza e dalle ambiguità della dignità, che tanto
avevano inquietato nel secolo passato e che proiettano ancora un’ombra sulle discussioni di oggi?
Questa ricostruzione del sistema consente di guardare all’articolo 36 come alla norma che dà senso
e portata concreta alla nuova antropologia già desumibile dall’articolo 1 e dal suo riferimento al
lavoro. La Costituzione non guarda al lavoro come ad una astrazione e non si ferma al dato
materiale dell’esistere. Stabilisce che «il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla
quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia
un’esistenza libera e dignitosa». Non una qualsiasi forma di esistenza, dunque, ma quella che dà
pienezza a libertà e dignità. Siamo di fronte ad un intreccio complesso, ad un gioco di rinvii che non
solo vieta di astrarsi dalle condizioni materiali, ma stabilisce una relazione necessaria tra esistenza,
libertà, dignità (che si vuole non solo individuale, ma “sociale”, come già si è detto), sviluppo della
personalità (in una dimensione segnata dall’eguaglianza). Seguendo questa traccia, la vita non è più
“nuda”, trova nello stesso lessico giuridico le parole che possono aiutare a coglierne il senso.
Il lavoratore come figura che dà diretta concretezza all’homo dignus, dunque. Ma proprio questa
antropologia della modernità giuridica è ora messa in discussione, anzi sfidata e radicalmente
negata, da una logica di mercato che, in nome della produttività e degli imperativi della
globalizzazione, prosciuga i diritti e ci fa ritornare verso quella “gestione industriale degli uomini”
che è stato il tratto angosciante dei totalitarismi del Novecento. Viene spezzato il nesso tra lavoro e
dignità, davvero con una rinnovata riduzione delle persone a cose, a “oggetti” compatibili con le
esigenze della produzione. Dall’esistenza libera e dignitosa si tende a passare ad una sorta di “grado
zero” dell’esistenza, alla retribuzione come mera soglia di sopravvivenza, come garanzia solo del
“salario minimo biologico”, del “minimo vitale”. Torna così una domanda capitale, e antica: se il
lavoro possa essere inteso come pura merce, se la determinazione del suo prezzo possa essere solo
affare di mercato, perché la tutela del lavoro, e la cittadinanza sociale che essa implica,
interferiscono sul valore di scambio.15
La risposta costituzionale affidata all’articolo 36, di cui pure si è affermata l’immediata precettività,
rischia d’essere respinta sullo sfondo. Viene così oscurato anche il nesso più generale tra rispetto di
libertà e dignità e libera costruzione della personalità, che caratterizza l’articolo 2 e alla quale viene
finalizzata la stessa garanzia dei diritti fondamentali, facendo emergere anche il nesso con la
solidarietà, la componente più trascurata della storica triade rivoluzionaria, la fraternité. Di questa è
necessario tener conto in un sistema che si vuole fortemente segnato dall’attenzione per le relazioni,
per una dignità non solo individuale, ma sociale, in una Costituzione che, parlando di persona, non
intende l’astratto individuo, ma la “persona sociale”.16
Bisogna chiedersi, a questo punto, se la dignità non sia un fondamento troppo fragile per reggere
tante sfide, indebolita dalla sua stessa polisemia, da intime ambiguità, da indeterminatezza.
Quest’ultima è la più antica delle critiche, che coinvolge tutti i principi, i concetti appunto
“indeterminati”, tecniche come quella delle clausole generali. È un tema che mi riporta alla
prolusione maceratese di quarantaquattro anni fa, alla legislazione per principi di cui allora
parlavo17 e che, malgrado incomprensioni che ancora si manifestano e che sono sostanzialmente
espressione di una persistente arretratezza culturale, è divenuta tecnica giuridica diffusa e
consolidata, che ha trovato piena legittimazione soprattutto grazie al rilievo assunto dalla
7
dimensione costituzionale e dalla interpretazione costituzionalmente orientata, e che si presenta
come la risposta più adeguata non solo alle dinamiche indotte da mutamenti e innovazioni continui
e vorticosi, ma alle esigenze di una società via via definita dell’incertezza, del rischio, liquida.
Questa constatazione, tuttavia, non esime dall’obbligo di fare i conti con l’indeterminatezza, per
governare la quale sono state messe a punto tecniche giuridiche ormai ben note. Parlando di dignità,
e procedendo per approssimazioni successive, si può partire da una affermazione di carattere
generale: la dignità appartiene a tutte le persone, sì che debbono essere considerate illegittime tutte
le distinzioni che approdino a considerare alcune vite come non degne, o meno degne d’essere
vissute, o che giungano alla negazione stessa della capacità giuridica, tipica delle legislazioni
razziali, che hanno confinato milioni di esseri umani nella categoria delle “non persone”. In questa
sua prima accezione, la dignità si presenta così come fondamento concreto della nuova accezione
della cittadinanza, intesa come patrimonio di diritti che appartengono alla persona quale che sia la
sua condizione e il luogo in cui si trova. La negazione di questi diritti viola il principio di dignità.
Certo, qui bisogna fare i conti con quello che è stato chiamato «l’abuso del concetto di vita», che ci
porta alla questione dell’embrione, certamente irriducibile alla pura dimensione biologica di un
insieme di cellule, ma la cui condizione giuridica può essere definita solo attraverso una distinzione
tra i diversi stati del corpo, valutandone «la reciproca adeguatezza»,18 e non con operazioni di mera
giustapposizione sulla figura di chi è già nato.
Una seconda specificazione indica nella dignità il principio che vieta di considerare la persona come
mezzo, di strumentalizzarla. Con due ulteriori implicazioni: l’irriducibilità alla sola dimensione del
mercato, in particolare per quanto riguarda il corpo come fonte di profitto; e il rispetto
dell’autonomia della persona, che non può mai essere «strumento di scopi e oggetto di decisioni
altrui».19
Una terza specificazione può essere effettuata ricorrendo alla individuazione di situazioni specifiche
e di figure sintomatiche. È il caso del “decent work”, del lavoro dignitoso di cui parlano i
documenti dell’Organizzazione internazionale del lavoro, che ci riporta al tema dell’irriducibilità
del lavoro a merce e del lavoratore ad oggetto, e che è il fondamento delle “clausole sociali”
previste a livello interno e internazionale. È il caso dei criteri di definizione della dignità sociale
desumibili dall’esperienza giurisprudenziale.20 È il caso del controllo giurisprudenziale sulla
compatibilità dell’attività d’impresa con la dignità della persona, nitidamente indicato dall’articolo
41 della Costituzione italiana e che ha avuto una manifestazione significativa nella sentenza della
Corte di giustizia delle Comunità europee nella vicenda Omega. È il caso di particolari categorie di
contratti, come quelli riguardanti il commercio equo e solidale. In queste ultime situazioni la dignità
assume la funzione di misura di che cosa possa rispondere alla logica economica e che cosa sia
incompatibile con questo tipo di calcolo.
Ma questo controllo delle attività economiche attraverso il principio di dignità ha suscitato la critica
di chi vi ha scorto un “ordine morale oppressivo”, la trasformazione della dignità in veicolo di
imposizione autoritaria di valori limitativi della libertà e dell’autonomia delle persone. Critica,
questa, che sembra incontrare la tesi aggressiva di uno studioso statunitense, che ha enfatizzato a tal
punto il conflitto tra libertà e dignità da costruire quest’ultima addirittura come una versione
dell’“onore” nazista.21 Il fraintendimento è clamoroso, ma rivela l’esistenza di un problema.
Proprio gli articoli 36 e 41 della Costituzione forniscono una indicazione preziosa per affrontare la
questione del rapporto tra libertà e dignità, partendo da una indispensabile distinzione. L’articolo 41
indica nella dignità un limite invalicabile per l’iniziativa economica privata; l’articolo 36 indica il
criterio per la costruzione della dignità e per l’individuazione del soggetto al quale spetta questo
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potere. Ricordo ancora che quest’ultimo articolo parla di «esistenza libera e dignitosa»: e la Corte
costituzionale tedesca, nel 1983, ha scritto che «il fulcro dell’ordinamento costituzionale è il valore
e la dignità della persona, che agisce con libera determinazione come membro di una società
libera».22 Proprio l’inscindibile associazione tra libertà e dignità esclude una versione autoritaria,
impositiva di quest’ultima, una sua funzione sostanzialmente disciplinare.23 La costruzione
dell’homo dignus non può essere effettuata all’esterno della persona, ha davvero il suo fondamento
in interiore homine. La dignità non è indeterminata, ma trova nella persona il luogo della sua
determinazione, tuttavia non per custodire un’essenza, bensì per mettere ciascuno nella condizione
di determinare liberamente il proprio progetto di vita.
Così, nell’antropologia moderna della persona, la dignità conduce all’autodeterminazione, che la
Corte costituzionale ha qualificato come diritto fondamentale della persona. Nella sentenza 438 del
2008, infatti, si legge: «la circostanza che il consenso informato trova il suo fondamento negli artt.
2, 13 e 32 della Costituzione pone in risalto la sua funzione di sintesi di due diritti fondamentali
della persona: quello all’autodeterminazione e quello alla salute». E ricordiamo le parole che
chiudono l’articolo 32 sul diritto alla salute: «la legge non può in nessun caso violare i limiti
imposti dal rispetto della persona umana». È una delle dichiarazioni più forti della nostra
Costituzione, una sorta di nuovo habeas corpus, con il quale il moderno sovrano, l’Assemblea
costituente, promette ai cittadini che non “metterà la mano” su di loro, sulla loro vita. Quando si
giunge al nucleo duro dell’esistenza, alla necessità di rispettare la persona umana in quanto tale,
siamo di fronte all’indecidibile. Nessuna volontà esterna, fosse pure quella coralmente espressa da
tutti i cittadini o da un Parlamento unanime, può prendere il posto di quella dell’interessato. Qui
l’autodeterminazione trova il suo saldissimo fondamento, e l’inviolabilità della dignità della persona
si concretizza nell’inviolabilità del corpo.
Una estrema e inaccettabile soggettivizzazione della dignità? Una iperindividualizzazione, la
negazione di ogni legame sociale, un sostanziale isolamento della persona? A questi interrogativi
non credo che si possa rispondere con una generica associazione tra diritti e doveri, di cui la dignità
sarebbe partecipe; né proponendo in modo suggestivo il tema dell’autonomia osservando che «è la
stessa qualità di persona ad esigere l’indisponibilità degli elementi che compongono la comune
dignità».24 Quali sono, infatti, i caratteri di questa dignità “comune”, chi ne definisce gli
“elementi”? Verso chi sarebbe responsabile l’homo dignus?
È possibile indicare un percorso diverso, che faccia emergere le varie dimensioni della dignità,
considerando in primo luogo le decisioni che la persona può prendere. Se queste esauriscono i loro
effetti nella sfera dello stesso interessato, il diritto all’autodeterminazione è destinato a prevalere,
senza la possibilità di sovrapporgli «un ‘ordre morale institutionnel’, sinonimo di una ‘antropologia
alternativa’ ed incompatibile con tutta la filosofia moderna dei diritti dell’uomo».25 Se, invece, le
decisioni interferiscono nell’altrui sfera dell’umano, allora deve prevalere il rispetto dell’altro, che
fa emergere propriamente l’aspetto relazionale della dignità.
Peraltro, la dimensione del potere individuale di decisione non implica autoreferenzialità della
persona. Considerando il nesso già ricordato tra dignità e rimozione degli ostacoli di fatto, tra
dignità e libera costruzione della personalità, emerge con nettezza un dovere pubblico di costruire
un contesto all’interno del quale le decisioni della persona possano essere effettivamente libere: in
questo modo l’intervento esterno non si traduce in una compressione, in una subordinazione della
dignità ad una morale esterna, ma costruisce le condizioni per la sua piena manifestazione. A questo
dovere pubblico si affianca quello dei privati: dell’imprenditore che non può svolgere la sua attività
in contrasto con la dignità; del datore di lavoro che deve corrispondere la retribuzione necessaria
per una esistenza libera e dignitosa; dei soggetti che governano le “formazioni sociali”, le cui regole
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non possono violare la dignità di chi ne fa parte. Un dovere, questo, che riguarda anche le istituzioni
pubbliche, tenute a rimuovere gli ostacoli che si manifestano, ad esempio, nella forma di norme da
abrogare o dell’assenza di innovazioni legislative, come è accaduto con la riforma del diritto di
famiglia, che ha restituito alla moglie la sua dignità; e come deve accadere per le unioni di fatto,
anche tra persone dello stesso sesso, secondo una indicazione che si ritrova nella Carta dei diritti
fondamentali dell’Unione europea e che ha trovato esplicito riconoscimento nella sentenza n. 138
del 2010 della Corte costituzionale.
Così l’homo dignus vive in un sistema di relazioni, acquista la dignità sociale voluta dalla
Costituzione. E questa ricostruzione consente di andare oltre le contrapposizioni tra dignità
soggettiva e oggettiva, tra dignità come potere o come limite, per la compresenza nel medesimo
principio di queste diverse dimensioni.
Con questo bagaglio possiamo entrare nel mondo divenuto globale e segnato dalle innovazioni
scientifiche e tecnologiche. Il corpo è sfidato, la persona diviene digitale,26 compare “l’homo
numericus”,27 si entra nella dimensione del post-umano. L’antropologia profonda del genere umano
appare mutata dalle tecniche procreative che possono sconvolgere i sistemi della parentela, dalla
prospettiva della clonazione, dall’utero artificiale. Il principio di dignità è ancora un viatico? Può
quest’uomo nuovo essere ancora dignus?
Alla dignità si fa esplicito riferimento in apertura del Codice per la protezione dei dati personali
(Decreto legislativo 196/2003, articolo 2). Il “corpo elettronico”, l’insieme delle informazioni che
costruiscono la nostra identità, viene così ricongiunto al corpo fisico: la dignità diviene il forte
tramite per ricostituire l’integrità della persona (Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea,
articolo 3), per evitare che la persona venga considerata una sorta di miniera a cielo aperto dove
chiunque può attingere qualsiasi informazione e così costruire profili individuali, familiari, di
gruppo, facendo così divenire la persona l’oggetto di poteri esterni, che possono falsificarla,
costruirla in forme coerenti ai bisogni di una società della sorveglianza, della selezione sociale, del
calcolo economico. La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea ha ribadito il divieto di
fare del corpo un oggetto di profitto. Previsto per il corpo fisico, questo principio può essere esteso
al corpo elettronico, come già fanno alcune norme, come quelle che prevedono una autorizzazione
pubblica per trattare i cosiddetti dati sensibili, che riguardano gli aspetti più intimi della vita o la
collocazione sociale della persona. Qui il principio di dignità si congiunge con quello di
eguaglianza, per evitare discriminazioni o stigmatizzazioni sociali.
Ma sono gli interventi diretti sul corpo quelli che fanno nascere maggiori problemi. Si può
intervenire sul corpo per rendere più agevole il suo controllo a distanza, modificandone la fisicità
con l’inserimento di elementi elettronici o costruendo la sua dimensione elettronica attraverso
l’obbligo di portare con sé documenti o strumenti che rendano la persona continuamente
tracciabile. Qui il riferimento alla dignità è sicuramente rilevante, consentendo di ritenere
ammissibili solo gli interventi a beneficio della persona, della sua salute in primo luogo.
Che cosa accade, però, quando l’innovazione scientifica e tecnologica consente di migliorare le
prestazioni fisiche e intellettuali? Se queste nuove opportunità sono offerte selettivamente, se
l’accesso dipende dalle risorse finanziarie, si giunge ad una società castale; si opera una riduzione
della cittadinanza, che diviene censitaria; più drammaticamente, si giunge ad un “human divide”, ad
un mondo che accetta la costruzione di persone strutturalmente diverse, dove si materializza
l’utopia negativa annunciata da Aldous Huxley ne “Il mondo nuovo”;28 e dove, però, si aprono
anche prospettive positive di associazione tra persona e macchine, di quel trans o post umano che
avevano affascinato fin dalla fine degli anni Venti suo fratello Julian.29 Dobbiamo concludere che
«l’uomo è antiquato», come ci ha suggerito Günther Anders?30 O dobbiamo piuttosto riprendere il
filo dell’associazione tra dignità ed eguaglianza, la sola che può evitare la separazione radicale tra le
persone, la guerra tra umani e post umani portatori di qualità diverse?
Altri dilemmi sono davanti a noi, altre inquietudini si affacciano. Una persona chiusa in una logica
del consumo che produce una antropologia regressiva, non una figura di consumatore, ma di
consumato, come ha scritto Benjamin Barber.31 Una persona la cui identità viene sottratta
all’autonomia e alla consapevolezza della persona e affidata a procedure automatiche, alla
tecnologia dell’algoritmo e dell’autonomic computing. La persona di nuovo consegnata
all’astrazione, disincarnata, ridotta a fantasma tecnologico? Di fronte a tutto questo si leva
l’antropologia dell’homo dignus, che obbliga a mantenere al centro la dimensione dell’umano, la
sua ricchezza, l’imprevedibilità e la libertà.
Al diritto, si dice, spetta il compito di difendere le categorie antropologiche fondamentali,32 la
stratificazione delle esperienze umane.33 Ma, per raggiungere questa finalità, il diritto non può
negarsi al mondo. Proprio il principio di dignità gli consente di seguirne i movimenti, di entrare
nelle pieghe del mutamento, di esserne misura senza lasciarsene sopraffare. Perché tutto questo
possa avvenire, serve molta convinzione, una attitudine che non perda d’occhio la realtà, che non se
ne allontani alla ricerca di un trascendente che non gli offre fondamenti più solidi, ma rischia di
fargli perdere la sua fondazione nell’umano.
La dignità non è un diritto fondamentale tra gli altri, né una supernorma. Seguendo la storia della
sua vicenda giuridica, ci avvediamo che essa è venuta ad integrare principi fondamentali già
consolidati – libertà, eguaglianza, solidarietà –, facendo corpo con essi e imponendone una
reinterpretazione in una logica di indivisibilità. Come buona scienza vuole, la ricostruzione
complessiva di un sistema esige che se ne colgano le dinamiche, le modalità attraverso le quali
ciascuna componente ridefinisce tutte le altre, dando a ciascuna nuova forza e legami più solidi con
la società. L’homo dignus non si affida ad un principio che sovrasta libertà, eguaglianza, fraternità e
così, in qualche modo, le ridimensiona. Dall’intrecciarsi continuo di questi principi tutti fondativi,
dal loro reciproco illuminarsi, questo homo riceve maggiore pienezza di vita e, quindi, più intensa
dignità umana.
VIVERE IL MORIRE – LE CINQUE FASI SECONDO Elisabeth Kübler Ross
Elisabeth Kübler Ross (Zurigo, 8 luglio 1926 – Scottsdale, 24 agosto 2004) è stata un medico, psichiatra e docente di medicina comportamentale svizzera. Viene considerata la fondatrice della psicotanatologia, ed uno dei più noti esponenti dei death studies. Dopo gli studi in Svizzera, nel 1958 si è trasferita negli USA dove ha lavorato per molti anni in un ospedale di New York. Dalle sue esperienze con i malati terminali ha tratto il libro Sulla morte e sul morire pubblicato nel 1969, che ha fatto di lei una vera autorità sull’argomento. Celebre la sua definizione dei cinque stadi di reazione alla prognosi mortale: diniego, rabbia, negoziazione, depressione, accettazione. Chiave del suo lavoro è la ricerca del modo corretto di affrontare la sofferenza psichica, oltre che quella fisica.
Usava anche praticare la tecnica dell’”uscita fuori da corpo” OBE, che aveva appreso da Robert A. Monroe. Negli anni 70 ha tenuto numerosi seminari e conferenze.
1.1 LE CINQUE FASI DELLA KUBLER-ROSS
Il modello a cinque fasi della Kübler-Ross (1970) rappresenta uno strumento che permette di capire le dinamiche psicologiche più frequenti della persona a cui è stata diagnosticata una malattia grave. Da sottolineare che si tratta di un modello a fasi, e non a stadi, per cui le fasi possono anche alternarsi, presentarsi più volte nel corso del tempo, con diversa intensità, e senza un preciso ordine, dato che le emozioni non seguono regole particolari, ma anzi come si manifestano, così svaniscono, magari miste e sovrapposte. Anche se la maggior parte delle persone sembra vivere le fasi secondo l’ordine in cui vengono descritte, non si tratta di un percorso “evolutivo a stadi”, per cui le fasi possono manifestarsi in qualsiasi ordine e ripresentarsi successivamente, ma anche presentarsi sovrapposte.
1.1.1 Fase della Negazione o del rifiuto: “Ma è sicuro, dottore, che le analisi sono fatte bene?” “Non è possibile, si sbaglia!” “Non ci posso credere”, sono le parole più frequenti di fronte alla diagnosi di una patologia organica grave; questa fase è caratterizzata dal fatto che il paziente rifiuta la verità e ritiene impossibile di avere proprio quella malattia. Molto probabilmente il processo di negazione del proprio stato può essere funzionale al malato per proteggerlo da un’eccessiva ansia per la propria morte e per prendersi il tempo necessario per organizzarsi. È una difesa, che però diventa sempre più debole, con il progredire della malattia, qualora non s’irrigidisca e non raggiunga livelli patologici di disagio psichico.
1.1.2 Fase della rabbia: dopo la negazione iniziano a manifestarsi emozioni forti quali rabbia e paura, che esplodono in tutte le direzioni, investendo i familiari, il personale ospedaliero, Dio. La frase più frequente è “perché proprio a me?”. È una fase molto delicata dell’iter psicologico e relazionale del paziente. Rappresenta un momento critico che può essere sia il momento di massima richiesta di aiuto, ma anche il momento del rifiuto, della chiusura e del ritiro in sé.
1.1.3 Fase del patteggiamento: in questa fase la persona inizia a verificare cosa è in grado di fare, ed in quale progetti può investire la speranza, iniziando una specie di negoziato, che a seconda dei valori personali, può essere instaurato sia con le persone che costituiscono la sfera relazione del paziente, sia con le figure religiose. “se prendo le medicine, crede che potrò vivere fino a…”, “se
guarisco, farò…”. In questa fase, la persona riprende il controllo della propria vita, e cerca di riparare il riparabile.
1.1.4 Fase della depressione: rappresenta un momento nel quale il paziente inizia a prendere consapevolezza delle perdite che sta subendo o che sta per subire e di solito si manifesta quando la malattia progredisce ed il livello di sofferenza aumenta. Questa fase viene distinta in due tipi di depressione: una reattiva ed una preparatoria. La depressione reattiva è conseguente alla presa di coscienza di quanti aspetti della propria identità, della propria immagine corporea, del proprio potere decisionale e delle proprie relazioni sociali, sono andati persi. La depressione preparatoria ha un aspetto anticipatorio rispetto alle perdite che si stanno per subire. In questa fase della malattia la persona non può più negare la sua condizione di salute, e inizia a prendere coscienza che la ribellione non è possibile, per cui la negazione e la rabbia vengono sostituite da un forte senso di sconfitta. Quanto maggiore è la sensazione dell’imminenza della morte, tanto più probabile è che la persona viva fasi di depressione.
1.1.5 Fase dell’accettazione: quando il paziente ha avuto modo di elaborare quanto sta succedendo intorno a lui, arriva ad un’accettazione della propria condizione ed a una consapevolezza di quanto sta per accadere; durante questa fase possono sempre e comunque essere presenti livelli di rabbia e depressione, che però sono di intensità moderata. In questa fase il paziente tende ad essere silenzioso ed a raccogliersi, inoltre sono frequenti momenti di profonda comunicazione con i familiari e con le persone che gli sono accanto. È il momento dei saluti e della restituzione a chi è stato vicino al paziente. È il momento del “testamento” e della sistemazione di quanto può essere sistemato, in cui si prende cura dei propri “oggetti” (sia in senso pratico, che in senso psicoanalitico). La fase dell’accettazione non coincide necessariamente con lo stadio terminale della malattia o con la fase pre-morte, momenti in cui i pazienti possono comunque sperimentare diniego, ribellione o depressione..
La mano del malato povero (di Luigi Pirandello)
RUBRICA: letture con Valeria.
Una volta sola? Ci sarò stato almeno tre volte! Tre? Cinque… non so. Perché vi fa tanta impressione l’ospedale?
Non ho casa. Non ho nessuno
E poi, scusate, spendere denaro, ad averne, per un piacere (lasciamo che io non lo farei mai, perché i piaceri miei non li compro a denari) ma via, potrei ammetterlo. Non ammetto dopo il malanno, dopo le sofferenze d’una malattia, per giunta pagar le medicine, il medico. Del resto, non ne ho mai avuti per prendermi i così detti piaceri della vita, come li intendono gli altri: dunque, diritto d’aver gratis la cura dei malanni che mi dà.
Parecchi, credo; anzi, senza dubbio. Sono la tessera d’entrata: senza, non m’avrebbero ricevuto. E devo anche averli buoni, a quanto sembra: intendo, non passeggeri: qua, non so, al cuore; al fegato, ai reni, non so. Dicono che ho guasto tutto l’organismo. Sarà vero; ma non me m’importa, perché dopo tutto, se mai – dico, se questo fosse vero non sarebbe un gran guaio. Il vero guaio è un altro.
– Quale?
Eh voi, cari amici, volete saper troppo! Al contrario di me che non voglio saper mai nulla. Se debbo dirvelo io, qual è il vero guaio, è segno che voi non l’avvertite. E allora perché dovrei dirvelo io?
Ai medici che m’hanno avuto in cura io non ho mai chiesto di che male fosse afflitto il mio corpo. So che questo povero asino che porta l’ho fatto trotter troppo, e per certe vie che non sarebbe mai venuto in mente a nessuno d’infilare.
Solo m’ha seccato d’esser tenuto dai medici, per questo, in conto di malato intelligente. La noncuranza da parte mia di sapere di che male fossi afflitto, è stata presa dai medici per fiducia nella loro scienza, capite? M’han veduto sempre obbediente cacciar fuori la lingua a ogni loro richiesta; gridare: “trentatré-trentatré“ quattro, cinque, dieci volte, sopportando pazientemente il ribrezzo d’una loro orecchia fredda applicata alle mie terga; abbandonare le membra, come se non fossero mie, ai palpeggiamenti troppo confidenziali delle loro mani ben lavate, sì, ma Dio mio adibite allo schifoso servizio pubblico di tutte le piaghe umane; e sopportare i picchi sodi delle loro dita a martello, le punture delle loro siringhette, e ingollarmi tutte le loro porcherie liquide o in pillole, senza mai gemere per nausea o per fastidio: “Oh Dio, dottore, cos’è? È amaro, dottore?” e dunque, chi più intelligente di me? Un malato che nutra una così cieca abbandonata fiducia nella scienza medica, dov’essere per forza, a loro giudizio, intelligentissimo.
Lasciamo questo discorso. Mi fa tanto piacere vedervi ridere. Buon pro’ vi faccia!
Ecco, sarà perché io propriamente non ho mai capito che gusto ci sia a rivolgere domande agli altri per sapere le cose come sono. Ve le dicono come le sanno loro, come pajono a loro. Voi ve ne contentate? Grazie tante! Io voglio saperle per me, e voglio che entrino in me come a me pajono. È ben per questo vedere che ormai tutte le cose ci stanno sopra, sotto intorno, col modo d’essere, il senso, il valore che da secoli e secoli gli uomini hanno dato ad esse. Così e così il cielo, così e così le stelle: e il mare e i monti così e così, e la campagna, la città, le strade, le case… Dio mio, che ne volete più? Ci opprimono ormai per forza col fastidio infinito di questa immutabile realtà convenuta e convenzionale da tutti subita passivamente. Le fracasserei. Vi dico che sedere su una seggiola è divenuto per me un supplizio intollerabile. Per alleviarlo un poco, bisognerebbe per lo meno – permettete? – che la mettessi così, ecco, per lungo, e mi ci mettessi a cavallo. Tanto per dire! Ma quanti si sforzano di rompere la crosta di questa comune rappresentazione delle cose? di sottrarsi all’orribile noja dei consueti aspetti? di spogliare le cose delle vecchie apparenze che ormai per abitudine, per pigrizia di spirito, ponderosamente si sono imposte a tutti? Eppure è raro che almeno una volta, in un momento felice, non sia avvenuto a ciascuno di vedere all’improvviso il mondo, la vita, con occhi nuovi; d’intravedere in una sùbita luce un senso nuovo delle cose; d’intuire in un lampo che relazioni insolite, nuove, impensate, si possono forse stabilire con esse, sicché la vita acquisti agli occhi nostri rinfrescati un valore meraviglioso, diverso, mutevole. Ahimè, si ricasca subito nell’uniformità degli aspetti consueti, nell’abitudine delle consuete relazioni; si riaccetta il consueto valore dell’esistenza quotidiana; il cielo col solito azzurro vi guarda poi la sera con le solite stelle; il mare v’addormenta col solito brontolio; le case vi sbadigliano di qua e di là con le finestre delle solite facciate, e col solito lastricato vi s’allungano sotto i piedi le vie. E io passo per pazzo perché voglio vivere là, in quello che per voi è stato un momento, uno sbarbàglio, un fresco breve stupore di sogno vivo, luminoso; là, fuori d’ogni traccia solita, d’ogni consuetudine, libero di tutte le vecchie apparenze, col respiro sempre nuovo e largo tra cose sempre nuove e vive.
Mi s’è guastato il cuore; mi si sono logorati i polmoni: che me n’importa? Sarò pazzo ma io vivo N’on ho casa, non ho stato. Vado all’ospedale? Vi prego di credere che non ci sono mai andato da me, coi miei piedi: mi ci hanno sempre trasportato gli altri, in barella privo di sensi. Mi ci sono ritrovato e mi son subito detto
– Ah, eccoci qua! Ora bisogna cacciar fuori la lingua.
E subito, volenteroso e obbediente, invece di lamentarmi, l’ho cacciata fuori a ogni richiesta per uscirmene presto.
Che effetto curioso fa la faccia dell’uomo – medico o infermiere – guardata da sotto in su, stando a giacere su un letto, che ve la vedete sopra coi due buchi del naso che vengono fuori e l’arco della bocca che va in su, di qua e di là, dalla pallottola del mento. E quando questa bocca vi parla, e vedete sottosopra la chiostra dei denti, la puntina in mezzo del labbro superiore e il principio del palato!
Anche senza sentire quello che la bocca vi dice, v’assicuro che si perde il rispetto dell’umanità.
Ma io vi ho promesso di parlarvi della mano d’un malato povero.
La premessa è stata lunga, ma forse non del tutto inutile; perché voi almeno così, adesso, non mi domanderete nulla di quello che vi premerebbe più di sapere per commuovervi al modo solito, cioè le notizie di fatto:
a) chi fosse quel malato;
b) perché fosse lì;
c) che male avesse.
Niente, cari miei, di tutto questo. Io non so nulla di nulla; non mi sono curato di saper nulla, come forse avrei potuto domandandone notizie agl’infermieri. Io ho visto solamente la sua mano e non posso parlarvi d’altro.
Ve ne contentate? E allora, eccomi qua.
Fu nell’ospedale in cui sono stato l’ultima volta. Ma non fate codesta faccia afflitta, da imbecilli, perché non vi narro una storia triste. Tra me e l’ospedale – benché non possa soffrire i medici e la loro scienza – ho saputo sempre stabilire dolci e delicatissime relazioni.
Figuratevi che quest’ospedale di cui vi parlo, aveva la squisita attenzione verso i suoi ricoverati d impedire che l’uno vedesse la faccia dell’altro, mediante un scaraventino a una sola banda, o piuttosto, un telaio a cui con puntine si fissava ai quattro angoli una tendina di mussola cambiata ogni settimana, lavata, stirata e sempre candida. Certi giorni, tra tutto quel bianco, pareva di stare in una nuvola, e, con la benefica illusione della febbre, di veleggiare nell’azzurro ch’entrava dalle vetrate dei finestroni.
Ogni lettino, nella lunga corsia luminosa, aerata, aveva accanto, a destra, il riparo d’un di quei telai, che non arrivava oltre l’altezza del guanciale. Sicché io del malato che mi stava a sinistra veramente non potevo veder altro che la mano, quand’egli tirava il braccio fuori dalle coperte e l’abbandonava sul lettino. Mi misi a contemplare con curiosità amorosa questa mano, e da essa a poco a poco mi feci narrare la favola che vi dirò.
Me la narrò coi cenni, s’intende, forse incoscienti, che di tanto in tanto faceva; con gli atteggiamenti in cui s’abbandonava, macra, ingiallita, su la bianca coperta, ora sul dorso, con la palma in su e le dita un po’ aperte e appena contratte, in atto di totale remissione alla sorte che l’inchiodava come a una croce su quel letto; ora serrando il pugno, o per un fitto spasimo improvviso o per un moto d’ira e d’impazienza, a cui succedeva sempre un rilassamento di mortale stanchezza.
Compresi ch’era la mano d’un malato povero, perché, quantunque accuratamente lavata come l’igiene negli ospedali prescrive, serbava tuttavia nella gialla magrezza un che di sudicio, indetersibile; che non è sudicio propriamente nella mano dei poveri, ma quasi la patina della miseria che nessun’acqua mai porterà via. Si scorgeva questa pàtina nelle nocche aguzze e un po’ scabre delle dita; nelle pieghe interne cartilaginose delle falangi, che facevano pensare al collo della tartaruga; nei segni incisi sulla palma che sono, come si dice il suggello della morte nella mano dell’uomo.
E allora mi diedi a immaginare a che mestiere fosse addetta quella mano.
Non certo a un rude mestiere, perché era gracile e fina, quasi femminea, per nulla deformata o attrappita, se non forse un po’ nell’indice che appariva soverchiamente tenace nell’ultima falange, e nel pollice un po’ troppo ripiegati! in dentro, e dal nodo alla giuntura eccessivamente sviluppato.
Notai che spesso questo pollice s’assoggettava da sè, come per abitudine, alla pressura della punta dell’indice, quasi che il malato inconsciamente con quella pressura si richiamasse a una realtà lontana e la toccasse lì, su quel pollice così premuto; la realtà della sua esistenza, da sano. Forse una bottega impregnata dal tanfo particolare delle stoffe nuove, disposte in pezze, con ordine, le une su le altre negli scaffali e su panche e nelle vetrine; un banco di vendita; una tavola da tagliatore con sè distesa una stoffa segnata e un palo di grosse cesoje sopra; un gattone bigio sotto quella tavola; i lavoratori seduti in fila di qua e di là, intenti a imbastire, a passare a macchina, e lui tra questi. Non gli piaceva, forse, questa realtà; forse egli non era tutto in quel suo mestiere; ma il suo mestiere era pur lì in quelle due dita, in quel pollice che da sè ormai dopo tant’anni, per abitudine, s’assoggettava alla pressura dell’indice. E qua, adesso, per lui era una più triste realtà il vuoto e l’ozio doloroso di quella corsia d’ospedale, la malattia, l’attesa stanca e piena d’angoscia, chi sa, forse della morte.
Sì: senza dubbio, quella era la mano d’un sarto.
Da un altro cenno di essa compresi poi che quel sarto povero doveva esser padre da poco, aveva certo un bambino.
Levava di tanto in tanto sotto le coperte un ginocchio. La mano, dapprima inerte, si alzava con le dita tremolanti e quasi vagava su quel ginocchio levato, in una carezza intorno, che non era certo rivolta al ginocchio.
A chi poteva esser rivolta quella carezza?
Forse gli arrivava lì al ginocchio, la testa del suo bambino, e lì quella mano soleva carezzare i capellucci freschi e morbidi come la seta, di quella testolina.
Certo, gli occhi del malato mentre la mano illusa, vagellante, accennava sul ginocchio la carezza, stavano chiusi, vedevano sotto le pàlpebre la testolina, e le palpebre si gonfiavano di lagrime calde, che traboccavano alla fine sul volto ch’io non vedevo. Ecco, difatti, la mano interrompeva la vaga carezza, spariva dietro il telaio, dopo aver sollevato la rimboccatura del lenzuolo. E, poco dopo, quella rimboccatura era rimessa in sesto e bagnata in un punto, dalle lagrime.
Dunque, aspettate: sarto e padre d’un bambino. Ora vedrete che la storia si complica un poco. Ma niente: son sempre i cenni e gli atteggiamenti di quella mano.
Una mattina, io mi riscossi tardi da uno dei letarghi profondi, di piombo, che sogliono seguire ai più forti accessi di quel male, ch’è forse il più grave tra i tanti di cui soffro.
Aprendo gli occhi, vidi attorno al letto del mio vicino molta gente, uomini, donne, forse parenti. In prima pensai che fosse morto. No. Nessuno piangeva, nessuno si lamentava. Parlavano anzi col malato e tra loro festosamente, quantunque a bassa voce per non disturbare gli altri malati.
Non era giorno di visita. Come e perché, dunque, era stata ammessa tutta quella gente fino al letto del malato?
Non udivo, né volevo udire le loro parole. Anche la loro vista m’era grave agli occhi, nello stordimento lasciatomi dal lungo letargo. Socchiusi le palpebre.
Il corpo d’una vecchia grassa, che mi voltava le spalle, presso il paraventino, specialmente il suo sedere enorme e la sua gonna rigonfia, tutta a fitte piegoline e a quadretti rossi e neri, m’ingombrava, mi pesava come un incubo intollerabile. Non mi pareva l’ora che tutti se n’andassero. Tra le pàlpebre socchiuse mi parve d’intravedere la figura alta d’un prete; non ci feci caso. Forse ricaddi, anzi certamente ricaddi per lungo tempo nel letargo. I quadretti rossi e neri di quella gonna mi tesero come una rete, una grata di prigione con sbarre di fuoco e sbarre d ombra, e quelle di fuoco mi bruciavano gli occhi. Quando li riaprii, attorno al letto di quel malato non c’era più nessuno.
Cercai la sua mano. Attorno all’anulare, un cerchietto d’oro: una fede. Ah, ecco, sposino. Le nozze! Quella gente era venuta per farlo sposare.
– Povera mano, tu casi gialla, così macra, con quel segno d’amore? Eh no! Di morte. Su un letto d’ospedale, non si sposa che in previsione della morte.
Dunque, il male era inguaribile. Si: me l’aveva detto chiaramente la mano, troppo incerta nel tatto, nei movimenti. Con che lenta tristezza, ora, faceva girar col pollice quell’anellino troppo largo attorno all’anulare!
E certo gli occhi guardavano lontano, pur fissi in quel cerchietto d’oro Cosi vicino; e la mente forse pensava:
– Quest’anellino… Che vuol dire? Sto per sciogliermi da tutto, e m’ha voluto legare. A chi mi lega? per quanto? Oggi me l’hanno messo al dito; domani forse verranno a levarmelo.
La mano s’alzò e si tese ferma davanti al volto. Più davvicino volle esser guardata con quell’anellino d’un giorno, che avrebbe potuto dir tante cose e una sola ne diceva, triste, tanto triste.
Ma forse poi pensò che, sì, qualche cosa pure quell’anellino legava: legava il suo nome alla vita del suo figliuolo. Gli era nato prima delle nozze, quel figliuolo, e non aveva nome; ora l’avrebbe avuto. Gli levava dunque un rimorso quell’anellino.
Tornò col pollice ad accarezzarselo; poi la mano, stanca, ricadde sul letto.
La mattina dopo, non la vidi più la indovinai appena da una piega del lenzuolo steso su tutto il letto a riparo da certe mosche che sentono la morte da un miglio lontano.
IL “TOCCO” COME CURA
“Il tempo della cura è un prezioso tempo lento, un accudimento attento alle piccole cose, ai movimenti impercettibili del cuore.
La capacità di prendersi cura nella relazione terapeutica è anzitutto un modo di esserci prima che di dire o di fare, un modo che nell’esserci comunica così profondamente da illuminare di senso quello che poi si dirà o si farà”(12).
Nell’accompagnamento dei morenti il tocco-massaggio consente di comunicare attraverso quello che è l’ultimo dei sensi a scomparire. La cura di un corpo malato, trasformato, ferito, che si realizza attraverso un tatto dolce, caldo, rassicurante, può restituire dignità e identità alla persona, liberare anziché imprigionare, ristrutturare, ricostruire, unificare l’immagine del proprio corpo, riconoscendone le parti vive, presenti e quelle che sono tese, mortificate, spaventate, già morte(13). Quante volte, invece, gesti frettolosi, sbrigativi, fuggevoli, se non addirittura umilianti, freddi, minacciosi, rischiano di offendere se non di procurare altra sofferenza?
L’interrogativo rimane aperto: quanto coloro che assistono sono consapevoli che il corpo malato ha bisogno di essere accolto, ascoltato, curato, che la richiesta a chi cura può essere anche di una mano che si posi, si soffermi, aspetti, rispettosa, che c’è un accompagnamento che si modula anche attraverso un contatto psico-tattile?
Quanto coloro che assistono avvertono la necessità di modificare il loro modo di toccare non un corpo ma una persona con la quale entrare in relazione?
È necessario prendersi il tempo per capire questa disponibilità, per entrare in “punta di dita” nella relazione con l’altro in “un contesto di consenso e rispetto della dignità e volontà della persona, questa ha infatti bisogno di sentirsi a suo agio nel poterlo rifiutare e di sapere che l’altro non ne rimarrà deluso”(14).
Ci piace citare l’editoriale di Cristina Coppi, in Geriatric Nursing-Notizie, che individua in Archibold Cochrane,fondatore del movimento sfociato nell’EBM, il primo sostenitore del contatto fisico col paziente. “È sorprendente pensare che proprio il fondatore della medicina basata sulle prove di efficacia e non sulle opinioni, ci ricordi come sia indispensabile usare tutto il nostro vissuto per fare assistenza, senza imenticare mai che in un letto c’è una persona che soffre nel fisico e nell’anima.
Nella biografia di Cochrane è descritto un significativo episodio riguardante l’importanza dell’abbracciare i sofferenti.
…Un prigioniero sovietico moribondo fu portato da Cochrane nel lager di Wittemberg, in Germania.
L’infermeria era piena, il moribondo urlava. Cochrane lo tenne nella sua stanzetta per non svegliare gli altri prigionieri e lo esaminò diagnosticando ampie caverne tubercolari in entrambi i polmoni e sfregamento pleurico.
Ritenendo che la pleurite fosse la causa del dolore gli diede dell’aspirina, senza successo. Non sapeva che cosa fare. Istintivamente abbracciò il prigioniero che immediatamente smise di piangere e morì pacificamente alcune ore dopo. Non era la pleurite che aveva causato le urla, ma l’abbandono”.
Chi si occupa di un lavoro di cura, riscoprendo in sé la passione per l’incontro, dell’andare verso l’altro, dovrebbe credere alle parole di Proust quando afferma che “una ora non è soltanto un’ora, è un vaso colmo di profumi, di suoni, di progetti, di climi”. Pensando al corpo come ancora capace di provare piacere, di emozionarsi, di apprezzare sensazioni e come testimonianza ancora viva di una storia unica e interessante, possiamo davvero impegnarci per rendere il tempo della cura un tempo intenso e significante, spenderci per nutrire quel corpo fatto di carne, ideazione, emozione, tensione tra finito e infinito”(12).
Nella relazione aptonomica spesso i gesti sono semplici, ciò che conta è la motivazione, l’intenzionalità, la
volontà di andare verso l’altro: una mano che si sofferma, un tocco delicato ma sicuro, uno sguardo empatico, un sorriso caldo, un massaggio lento, un bagno rilassante, una coperta più morbida, la luce di una candela, una musica gradita, una crema, un’olio, un profumo delicato, un abbraccio… comunicano alla nostra memoria affettiva che siamo venuti al mondo con l’aiuto di mani esperte che ci hanno guidato nell’affacciarci alla vita e che potremmo forse essere aiutati ad andarcene altrettanto dolcemente(15-18).
Numero 4 inverno 2005 – www.sicp.it
LA RIVISTA ITALIANA DI CURE PALLIATIVE

